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30 Marzo 2020 / News

Lo direbbe Alessandro Manzoni a Federico Borromeo?

Lo direbbe Alessandro Manzoni a Federico Borromeo?

Viviamo un momento dove le uniche parole dovrebbero invocare il silenzio. Quanto segue, è solo riflessione che diventa parola solo se può essere pensata da chi legge. Altrimenti, Eminenza, si fermi qui, evitando il fastidio di cancellare.
Quando la religione era prevalente cultura popolare, a primavera si benedivano le campagne, e si pregava in latino: erano le rogazioni. Il sacerdote diceva: «A fulgure et tempestate … A flagello terraemotus… A peste, fame et bello»: il popolo rispondeva, unisono e unicorde: «Libera nos, Domine».
Oggi, nell’universo globalizzato, o meglio nell’ecumene sociale, è una richiesta implicita in tutti gli uomini, che i signori eletti al governo, che non sempre ottengono ubbidienza dalle nazioni, e ancor meno – per citare il più razionale Leopardi – da «questo granel di sabbia che terra ha nome». Le voci che si ascoltano nell’irrompere delle catastrofi, vengono rimosse, perché l’uomo cerca la quiete dopo la tempesta: lo dicono anche gli orizzonti di gloria, dopo la morte si vive la serenità anche festosa del rivivere, si potrebbe dire del risorgere. 
Il tricolon peste, fame, guerra è stato scandito dalla Storia, in variata successione ma in conseguenze unitarie, quattro secoli fa, al tempo del nostro Federico Borromeo, e potrebbe ancora educare, «se la storia fosse consecrata a descrivere lo stato delle società nei diversi tempi, e a segnalare i fatti e i caratteri che più servono a far conoscere la natura umana» (Fermo e Lucia, IV, IV 18).
Il nostro presente convive con la guerra, meglio con il silenzio sulla guerra, perché non tocca più l’occidente cristiano. Qui, dopo secoli di conflitti, il biblico signore degli eserciti, destinatario di abominati «Te, Deum», ha forse ascoltato il suo popolo.
Il nostro presente convive con la fame, dai ricchi epuloni che ignorano i poveri lazzari, agli onesti lavoratori che possono godere del loro a volte faticato pane quotidiano, magari sfruttando inconsapevolmente il sudore di altri. Al tempo delle grandi rivoluzioni nazionali e anche sociali era stata invocata l’unità di tutti gli uomini ricchi solo dei propri figli: il mondo cristiano non ha saputo tradurre quel richiamo in una azione sovranazionale e sociale: non sono state cancellate le colonie, non è stata rifiutata la guerra. 
E la peste? La nostra educazione scolastica ci ha parlato di quella del 1348 (il quarantotto già da allora voleva entrare nella storia, prima dell’ottantanove e di altri anni celebrati e festeggiati), perché il Decamerone ne parla, e ne trae occasione di festosità e di memorabili narrazioni. La società che soffre le epidemie di oggi si rivede in quella delle cento novelle. Ci veniva ricordata, nei licei classici, per un confronto di fonti e di stili, la peste di Atene (430 a. C.), narrata da Tucidide. Quasi sconosciuta alla nostra acculturazione lombarda la peste del 1485, alla quale un oscuro poeta, Bettino da Trezzo (sull’Adda), ha dedicato un poema (più di 5000 endecasillabi, organizzati in quartine), dal titolo estremo ed esiziale, Letilogia. Era dedicato al nostro, pavese e milanese. Ascanio Sforza, fratello di Ludovico il Moro e cardinale vescovo di Pavia, e registrava, si direbbe carte anagrafiche e topografiche alla mano, i lutti di Milano, di Pavia, di Como, di Lodi: si era nei dintorni di Codogno.
Poi ne ha scritto Manzoni (e prima di lui Giuseppe Ripamonti, nel De Peste, che oblitera il De pestilentia di Federico, non vi fosse il quadro monofrastico della novennis puella), ha scritto della carestia, della guerra, della peste.
Questo trio biblico, o di risorgenti parche, fa ripensare al giudizio critico di Giovanni Nencioni, che dice la peste protagonista dello sbadigliato e riamato romanzo. E nel nostro inconscio traduciamo in attualità questa riflessione, e sentiamo in azione il virus inestinto del male del mondo, aggiornato (si pensi poi a Camus) per incidere sulla crisi e magari – qualcuno lo vorrebbe - sull’agonia della civiltà umanistica occidentale. Manzoni ha per di più invitato a considerare come in momenti di timori epidemici il potere politico e quello giudiziario possano essere indotti in errori di presunzione, e non respingere la tentazione di condannare anche brutalmente degli innocenti. Su Milano grava, rimossa ma colpevolmente irriparata, l’ombra della colonna infame: non gravino altre colonne.
Manzoni si è posto una angosciosa domanda, che non trovava più la certezza di Lucia: «Dio sa dove sono». Si ripetono gli interrogativi delle figlie di Gian Giacomo Mora, della loro disperazione redenta dallo Scrittore degli scrittori, dalla tentazione da lui stesso sofferta di negare – come la storia continuamente prova a ratificare - la provvidenza: forse per un richiamo estremo al dovere civile, allora e più oggi, di convivere con l’altro. Essere, con civile anonimato, uno dei tanti Renzo Tramaglino – lo si collochi anagraficamente tra i vili e meccanici o tra i poveri untorelli a ripetizione democratica – che attendono una ‘pioggia’ che cancelli la pestilenza:
se Renzo avesse potuto indovinare … che quell'acqua portava via il contagio; che, dopo quella … tra una settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di quarantina… 
Il coronavirus, appariscente e subdolo monile, invita a riflettere, con decisioni definitive, su questa nostra comunità umana, occasionalmente ma esemplarmente sul rifiuto di un porto che eguaglia, aequo pede, le navi da crociera ai barconi di più vicini mari, e fa comprendere come l’invito di Francesco a salvare la nostra madre terra sia un invito a salvare tutti gli uomini, a salvarci. Con onestà, semplicità, serenità. «Così dalla squarciate nuvole si svolge il sol cadente… ».

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