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24 Marzo 2022 / News

L'Europa (e la Russia) letteraria I

 

L’Europa (e la Russia) letteraria I

«L’Europa letteraria» è una rivista voluta da Giancarlo Vigorelli e da lui condiretta con Domenico Javarone e poi con Davide Lajolo, dal 1960 alla primavera 1965.
La rivista ha tentato, come scrive Martina Vodola, nella recente ristampa di contributi di Vigorelli editi da Aragno, "un incontro tra l’Europa marxista e quella cristiano-occidentale attraverso il confronto tra marxismo e cattolicesimo progressista”.
Forse non con gli esiti sperati, scrive Matteo Collura nella presentazione: 
           Oggi, dopo tanti anni, gli scrittori europei tra di loro si parlano, ma per parlare d’altro rispetto a quanto di terribile in Europa accade. E il silenzio di Dio, quel silenzio che sconvolse Manzoni, tanto amato da  Vigorelli, sembra accompagnare questi nostri giorni.
Forse quel sogno non naufraga in questa attualità, se si rilegge con riflessione una sua breve pagina.

           Non sono state settimane facili, queste ultime. Ma la causa della pace, quanto più dall’uno e dall’altro blocco si sono rinnovate le minacce di guerra, ha senz’altro guadagnato terreno nella coscienza degli                 uomini e dei popoli. Se la scienza ci ha immessi nell’éra atomica, vogliamo viverne, non perirne. E se in tutte le parti del mondo la giustizia progredisce sull’ingiustizia, non è per dividere il mondo, ma per unirlo, o farlo almeno coesistere, tanto è vero che vogliamo che la radice della libertà sia la giustizia, come il frutto della libertà vogliamo che diventi la pace.
           La condizione prima per la pace, è la smitizzazione: i miti sono già la guerra. Infatti la misura vera dell’uomo è data dal lavoro che ha saputo fare per incarnare i suoi stessi valori spirituali; e oggi oltre che per sé, vuole incarnarli negli altri, per gli altri. Dall’umanesimo individuale, occorre preordinarci in un umanesimo sociale: soltanto in questa amplificazione lo scrittore può ancora proporre l’eterna lezione                         dell’umanesimo, se più che farsene un privilegio disintegrante, saprà farne una partecipazione integrante.
           Tante smitizzazioni drammatiche, e demistificazioni irrimandabili, sono in atto, soprattutto nella politica, nella scienza, nell’economia, nella religione, nel costume, nella vita quotidiana di ognuno: la letteratura, perciò, deve cessare d’essere mitizzata e, peggio, mitizzante. Se anche la poesia, in nuce può essere mitica, non solo lo scrittore non è mai un mitomane, ma anzi deve diventare un abbattitore di miti: è l’unica guerra lecita, se si vuole garantire la pace. (n. 11, ottobre 1961)

 

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