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09 Marzo 2021 / News

LE DISTINZIONI DI PERPETUA

Le distinzioni di Perpetua

Domenica, 7 marzo la porta della Casa di Alessandro Manzoni è rimasta chiusa: forse qualche ardimentoso sarebbe entrato, a ricordare il giorno della sua nascita, un lunedì di duecentotrentasei anni fa, in via San Damiano, nella parte che oggi è via Uberto di Modrone, al numero 16: due dunque le sue case a Milano, come ricordano le lapidi, quella dove «nacque» e quella dove «visse e morì».
Ma da quasi duecento anni, a ben augurare per l’anniversario partecipa anche una signora, o meglio una signorina più che quarantenne, da quando il suo nome provvisorio di Vittoria si è stabilizzato in quello veramente perenne di Perpetua. Il 7 marzo, stando al calendario liturgico romano, si festeggiano le sante Perpetua e Felicita, con un mese di ritardo sul calendario ambrosiano, che anticipa il festeggiamento al 7 febbraio.
Nei Promessi sposi, ma già negli Sposi promessi (I 65) si diceva di lei che «aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe». Ricordato ancora una volta il breve dialogo tra «il mio Alessandro» e «donna Teresa», al giungere della sua età sinodale (11 novembre 1839): lei: «hoo derví l’anta»; lui: «e mì sararoo su la gelosìa», ricordato per i pochi che non l’hanno sentito ripetere, viene da chiedersi: ma Perpetua, così ligia alle parità e alle distinzioni linguistiche di genere, non avrà corretto il suo autore, come correggeva il suo «padrone» don Abbondio: «nubile, non celibe», elencando, prima che con Agnese e al librettista, i tanti rifiuti? Non sapeva che il suo cantore conosceva la tradizione letteraria, dove anche della donna si poteva dire «vedova star, sempre celibe e casta».
L’occorrenza al femminile è prelevata dal Tommaseo-Bellini, dove si legge una sottile definizione del ‘celibe’, vocabolo, a differenza di ‘nubile’ dalla etimologia incerta: «Persona che non è nello stato conjugale. Denota stato più durevole e più deliberato che non Scapolo, accenna alle ragioni religiose e alle conseguenze morali e civili del non aver moglie».
Anche ‘scapolo’ ci richiama alla impossibile realizzazione di una parità di genere (in tempi preistorici si diceva sessistica) non della lingua, ma della storia della lingua italiana. 
Il femminile di scapolo? Si rischierebbe, certi della condizionale, di dire: zitella? E questo proscritto termine al maschile? Ci si salva perché zitellona offre un vulgato lasciapassare a zitellone. Certo, il maschilismo marcava il lessico italiano della Crusca: con un rimpianto che la dolzore sia stata obbligata da lo amore a cambiare genere: lo scapolo è infatti colui che ‘se la scapola’, che si ‘libera dal cappio’, come si leggeva nel capitolo VI della Ventisettana, proprio a proposito dei matrimoni clandestini: «i parrochi ponevano gran cura a scansare quella cooperazione forzata; e quando un d'essi venisse pure sorpreso da una di quelle coppie accompagnata da testimonii, tentava ogni via di scapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo vaticinare per forza».
La lingua italiana non vorrà cercare il femminile di falco o il maschile di aquila, e dovrà sorbirsi aquilotto, ma per le professioni e le cariche pubbliche l’uso civile risolverà un contenzioso di superficie e spesso suprficiale: albero non si inalbera con pianta, erba non si secca con fieno, si abbraccia l’aurora con il crepuscolo, il giorno con la notte, maestro non è elativo e maestra sminuitivo: perduri il fascino maschile come femminile della lingua del sì, a prescindere dalla parità universale e unisessuale di director e conductor. (a.s.)

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