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17 Febbraio 2021 / News

INTORNO A UNA DATA FAMIGLIARE

 

INTORNO A UNA DATA FAMIGLIARE

Il 18 febbraio 1868 moriva Filippo Manzoni, il più giovane dei tre figli maschi di Alessandro e di Enrichetta: avrebbe compiuto 42 anni lo stesso giorno del mese successivo. Prima di lui erano mancate quattro sorelle, Giulia, Cristina, Sofia, Matilde. Di questo ulteriore lutto non restano molte tracce nelle lettere del padre, sempre più persuaso di essere messo, come Giobbe, alla prova, anche ora, alla soglia dei suoi 83 lunghi anni. 
Filippo, come del resto Enrico, erano partiti bene: Enrico, ritratto nei Promessi sposi come un caro fanciullo che mette ordine tra le sue cavie come un povero scrittore tra i suoi personaggi; Filippo era stato «il figlio giovinetto» che accompagnava Giuseppe Giusti in Sant’Ambrogio, che si faceva arrestare al chiudersi delle Cinque Giornate per troppo zelo patriottico e finiva in un campo di prigionia: liberato correva a Vienna, e lì scopriva la «dolce vita» (Manzoni scuserà il ricorso anacronistico a questo sintagma da lui espunto da Il Nome di Maria, e ce ne scusi anche il celebrato Dante: «Dice Isaia che ciascuna vestita / ne la sua terra fia di doppia vesta: / e la sua terra è questa dolce vita», Paradiso XXV 91-93).
I Carteggi familiari, curati criticamente da Mariella Goffredo e da Emanuela Sartorelli, raccontano, con estremo pudore e riserbo di sentimenti, quanto i due ragazzi, certo orfani di quella madre e figli di uno scrittore, di quello scrittore, abbiano amareggiato il padre.
Nel febbraio 1868 Manzoni era particolarmente impegnato. Emilio Broglio, degno Ministro della Pubblica Istruzione, come Gabrio Casati, Francesco De Sanctis e – si licet – l’ancora manzoniano Giovanni Gentile, lo aveva incaricato di redigere una Relazione a lui destinata Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla: doveva essere pronta per fine mese: conclusa faticosamente e con ripensamenti profondi, uscirà nel fascicolo di marzo della «Nuova Antologia» e il 5 marzo su «La Perseveranza», il giornale milanese diretto da Ruggiero Bonghi (si rinvia ai Carteggi letterari, curati da Laura Diafani e Irene Gambacorti).
Come noto, la Relazione stimolò diverse critiche, e costrinse, fortunatamente, Manzoni a rispondere con una Appendice che rimane il suo documento linguistico imprescindibile, purtroppo incompreso (lo lamentava Gianfranco Contini) da troppi studiosi. Ma giustamente, gli scrittori sono grandi solo se continuamente incompresi.
Manzoni, che aveva fatto parlare in lingua italiana e non in lingua milanese, Fermo, Renzo, Lucia, Agnese, e Tonio, anche per Gervaso, pensava che per la ‘educazione sociale’ del popolo fosse indispensabile l’unità linguistica, una unità culturale e al possibile stilistica, cioè con una competenza estesa ai significati quotidiani, settoriali, metaforici. Era un obiettivo giacobino, tradotto in un programma, ben conosciuto da Manzoni, dall’«abbé Grégoire».
Volessimo aggiornarlo, provocatoriamente nel presente, dovremmo chiederci: come realizzare una unità linguistica europea, in attesa che diventi universale? La strada è già tracciata da molte nazioni della fascia settentrionale, e anche l’Italia vi si è incamminata: Manzoni chiedeva di mandare maestre fiorentine in tutte le scuole per insegnare (qualcuno più autorevole direbbe per imparare) l’italiano ai dialettofoni: non sono stati e non vengono chiamati da noi maestre e maestri inglesi? 
Nel forzare l’educazione linguistica, Manzoni, rimaneva giacobino, si schierava per una «guerra ai dialetti», lui che negli anni venti scriveva di parlare la lingua milanese (e la francese) con più proprietà che non l’italiana, memore forse che i suoi ispiratori rivoluzionari avevano parlato di sradicarli (déraciner), i dialetti della redenta plebe. Ma la storia avrebbe insegnato che non sono le dittature a far comprendere ai popoli la democrazia.
È possibile unificare linguisticamente il mondo, dopo l’ellenismo, dopo Roma, dopo che i colonialismi europei, spagnolo, francese, inglese, hanno estirpato tante lingue native? È giusto dimenticare le lingue parlate da uomini non protagonisti nella Storia?
Il progresso è crudele, nessuno parla la lingua di Aristotele o del sommo Virgilio (l’aggettivo è ‘manzoniano’), non tutti i poeti sono letti nella lingua da loro parlata e scritta, le stesse lingue vive si sono modificate dal Medioevo al presente… 
Sono interrogativi già del presente, imprescindibili. Forse un nuovo ministro Broglio (magari con meno rischioso cognome) saprà intervenire con decisione politica e sensibilità culturale.

 

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