Il 30 aprile 1821

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29 Aprile 2020 / News

Il 30 aprile 1821

Il 30 aprile 1821, Ermes Visconti, collaboratore e correttore di Manzoni, scriveva a Victor Cousin che Manzoni si era messo «à ecrire un Roman en prose», dove parlare delle passioni, dell’anarchia, delle passioni, delle follie, dei ridicoli «de ce temps là», nel contesto di «une peste qui a ravagé la Lombardie précisement à cette époque». Già, la Lombardia, allora come oggi in prima linea sotto gli attacchi dei virus invisibili, e non solo.

La peste, ha scritto Giovanni Nencioni, inarrivabile interprete del sublime manzoniano, è protagonista nei Promessi sposi: e era un suggerimento di lettura avvertito da grandi contemporanei, da Tommaseo, da Lamartine, da un anonimo americano (a lungo erroneamente identificato con Edgar Allan Poe), non dall’estimatore Goethe, che invitava i traduttori in tedesco a sintetizzare i capitoli storici.
Manzoni, radicale apostolo della verità, della verità che è nella storia, ha una sua fonte primaria nell’opera di Giuseppe Ripamonti, il grande storico milanese, confinato lateralmente, nella topografia della città, e non solo: suo l’auspicio non giornalistico: «la semplice verità potrebbe bastare al diletto dei lettori: veritas ipsa sibi ad legentium oblectamenta sufficere possit».
La copia del De peste Mediolani quae fuit anno 1630 (Milano, Malatesta, 1641) letta e postillata da Manzoni è tra i tesori della Biblioteca Braidense, ed è imprescindibile per la comprensione sempre da  approfondire dei Promessi sposi, come si può verificare criticamente sulla edizione promossa nel 2009 dal Centro Nazionale Studi Manzoniani con la traduzione di Stefano Corsi e l’illustrazione come «fonte» di Cesare Repossi.
Da questo volume, trascurato dalla divulgazione culturale, oggi è utile e forse doveroso tentare alcuni prelievi, con e per Manzoni.
Scrive Ripamonti in apertura che finalmente «le menti assennate … vedranno che tante migliaia di persone sono morte a causa dell’alito avvelenato: tot millia cecidisse venenato inter se halitu»: Ferrer non aveva ordinato le mascherine a prezzo calmierato, in parallelo alla meta sul pane.
Rileva però, sempre Ripamonti, che, in attesa che i diritti civili fossero tutelati dalle Costituzioni, le forze dell’ordine vennero mobilitate: «ricorsero a lasciapassare e controlli, e esperimenti di quarantena … ma poi lasciarono perdere: tesserae, inspectiones ad portas Urbis, morae et experimenta quadraginta dierum… dein remissum atque neglectum»: anticiparono troppo le seconde fasi.
La necessità primaria era, e ahimè rimane, una: «abstinere contactu»: purtroppo il contatto venne promosso, con una solenne quanto improvvida e interminabile processione, che fece esplodere il contagio: «stragem nempe tantam»: Ripamonti e anche Manzoni ne fanno cadere la maggiore responsabilità sulle autorità civili, sui decurioni: ma allora si aveva troppa fiducia nella preghiera più che pubblica di massa, spettacolare, lontana, almeno nel tempo, dalla religiosità in solitario di papa Francesco.
Storico scientifico, Ripamonti annota il nome del paziente uno o zero, un Pietro Paolo Locati (Pietro Antonio Lovato in Manzoni), e la data 22 novembre [1629], di porta Orientale: ma il sospetto di una guerra batteriologica era già nei talk-show delle piazze. Duomo, Mercanti, Cordusio…: «l’idea … che in Milano era stato creato un laboratorio per produrre la peste: pestilentiaeque faciendae officinam», e che il regista di tutto non fossero i Francesi, nemici privilegiati dell’impero spagnolo («Imperii, cuius fines Orientem, Occidentemque solem includunt»), quanto il demonio insediatosi sotto false vesti nella città.
Sopravvive in noi l’immagine dei camion militari che portano all’ultimo riposo molte vittime delcoronavirus. Manzoni ripercorreva nella memoria un passo caravaggesco di Ripamonti.

Viri simul, foeminaeque erant, et cum pueris innuptaeque puellae, et affixum uberi infantem adhuc amplexu tenens mater, iuvenesque, et senes, et incubans domino servus, aut faciem illius, temere protenso, vel in ora coniecto pede pulsans: divites, pauperesque nudi: rara ad pudorem velamenta corporibus, et, si cui iniectum forte linteum fuerat, diripuerant, abstulerantque vespillones. Huius brachia, et crura, caput illius pendebat e carro, involverabaturque rotis, et corpora tota passim humi provolvebantur.

Il bel latino del Ripamonti merita la parafrasi ‘laocontea’ del Fermo e Lucia (IV VI 13-14), in sintonia anche espressiva con la sua fonte:

I cadaveri ;erano ammonticati, e intrecciati insieme, quasi come un gruppo di serpi che lentamente si svolga al tepore della primavera: nudi la più parte, o male avviluppati in lenzuola cenciose. … Di tratto in tratto, si vedevano i cadaveri, ad una forte scossa, tremolare sconciamente, e scompaginarsi; le gambe, le braccia, le teste con le chiome arrovesciate si svincolavano dal mucchio, e spenzolavano dal letto del carro, talvolta involte nelle ruote traevano seco i cadaveri sotto di quelle, come per mostrare che quello spettacolo poteva divenire ancor più disonesto e più miserando.

Il ricordo virgiliano delle "fanciulle non giunte alle nozze” rinvia al bel noto passo del De Pestilentia riconosciuto al cardinal Federico: «Novennis puella cum in conspectu matris occubuisset… », da cui la pagina della madre di Cecilia, un quadro irraggiungibile anche per Francesco Hayez.
Ma si impone una domanda di fondo: perché Manzoni fa attraversare a Fermo-Renzo la peste, come rientra la grande tragedia milanese (e lombarda) nella educazione sociale del primo uomo della storia, sua e dei vili e meccanici, che avevano tumultuato sabato, 11 novembre 1628, giorno di San Martino? Ripamonti parla di mostruosa plebaglia, e Manzoni non lo segue: ma non dimentica il predellino di quella carrozza da cui il demagogo Ferrer imbonisce la folla, tra cui l’esemplare diseducato filatore lecchese: profetico predellino, per chi rivisiti le cronache più recenti.
La risposta la può dare ciascuno di noi, nell’attraversamento di questi nostri giorni, per alcuni estremi, per altri di speranza e di propositi ecumenici. Lontani dal giudizio scioccamente presuntuoso e impietoso di don Abbondio, dei don Abbondio, che vedono nella peste «una scopa» che ripulisce il mondo dai malvagi che, di solito, sono avversari, anche politici.
Manzoni si interrogava, come sempre sofferente di fronte al dubbio, provandosi a trovare «una ragione» nella storia di tutti, la ragione implicita cui la sua Chiesa credeva di rimediare con una più facile scomunica (come si legge in apertura del Fermo e Lucia,  prova più libera non minuta dei Promessi sposi). E sapeva di dover proseguire, Manzoni, la sua narrazione, come aveva suggerito  criticamente il suo Ripamonti, con la storia della colonna infame, infamia secolare e non redenta per la civile Milano, non per le vittime innocenti della ignoranza sociale e della presunzione giudicatrice. (A. Stella)

 

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