grandi lombardi

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29 Luglio 2020 / News

grandi lombardi

 

Carlo Emilio Gadda moriva il 21 maggio 1973 (un altro giorno e  sarebbero stati cento anni dalla morte di Manzoni), senza poter apprezzare il ritratto a lui dedicato da Giulio Cattaneo con il saggio Il gran lombardo, finito di stampare, avverte il colophon, dalla Aldo Garzanti Editore pochi mesi prima, il 31 gennaio. 
Ne avesse letto, Gadda avrebbe certo respinto quel titolo: per rispetto a Dante, il cui richiamo sotteso o dichiarato sempre gradiva, ma più al suo Manzoni, il solo degno dell’attributo della grandezza e della collocazione nella «felix olim Lombardia».
Dante, come noto ai nostalgici della scuola media, nel canto XVII del Paradiso qualifica, antonomasticamente, come «gran lombardo» Bartolomeo della Scala, signore di Verona, il primo a offrire a lui, esiliato da Firenze, un rifugio. Nel medioevo, con il toponimo Lombardia si indicava tutta l’Italia settentrionale, per Salimbene de Adam da Torino, «civitas in confinibus Lombardiae», per Dante da Vercelli fino alle foci del Po: «se mai torni a veder lo dolce piano / che da Vercelli a Marcabò dichina» (Inferno, XXVIII 74-75).
E Dante, nel De vulgari eloquentia, distingueva in Italia una vasta area culturale lombarda, grazie ai «doctores illustres qui lingua vulgari poetati sunt in Ytalia, ut Siculi, Apuli, Tusci, Romandioli, Lombardi et utriusque Marchie viri», e ancora nella Commedia (Inf. XXVII 19-21) riconosceva l’accento lombardo nelle parole del consigliere fraudolento Guido da Montefeltro:

udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo’ lombardo,
dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo” […].

In un’epoca di rivalità municipali regionali e transalpine, era scontato che l’etnico lombardo finisse per indicare, con qualche ragione, persone truffaldine: la testimonianza più rumorosa è – anche qui coinvolgiamo gli studenti – nel Decameron di Boccaccio con la novella di ser Ciappelletto, dove due mercanti fiorentini prevedono che i borgognoni urleranno anche contro di loro «lombardi cani»: forse i tusci si sentivano offesi da quella inclusione sovraregionale.
Il maremmano Carducci celebrerà nelle Rime nuove Ludovico Ariosto come «divin lombardo»; Pascoli, più attento ai dati linguistici e antropologici, ricorda dalla Garfagnana, con I Canti di Castelvecchio,  che il boscaiolo, a nord-est dello spartiacque appenninico è Lombardo. 
Un non illustre milanese, Giovanni Battista De Capitani, nel 1842, al concludersi dell’edizione Quarantana e imitandone il formato, aveva stampato presso Pirotta l’opuscolo Voci e maniere di dire più spesso mutate da Alessandro Manzoni nell’ultima ristampa de’ Promessi Sposi. La «Terza edizione ripassata ed aumentata dall’autore» (Milano, Brigola, 1887) veniva arricchita da una sua lettera a Manzoni e dalla relativa risposta: «E il Gran Lombardo degnavasi privilegiarmi della risposta autografa seguente»: forse la prima occorrenza, con il corsivo che sottolinea il rinvio dantesco, di un appellativo oggi codificato.
Per l’autore dei disegni milanesi di L’Adalgisa, e del telero romanesco di Quer pasticciaccio, richiami, allusioni, citazioni del nome Manzoni sono marcate dall’aggettivo lombardo, per collocare allo snodo di una grande tradizione, come illuminato da Dante Isella, di rivoltosi per la pace il «più grande scrittore di Lombardia». Un solo rinvio indiziario:

«Lo scrittore lombardo Manzoni, abbastanza noto per l’incomprensione assoluta in che giace un suo elegantissimo scritto nella patria delli zoticoni…».  (Meditazione milanese, 1928)

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